
Fermare il commercio di armi e di morte è possibile
Pubblicato il 21 Febbraio 2021
Si tratta di un risultato importante, perché per la prima volta, dal 1990 anno di promulgazione, è stata applicata la legge n. 185 che regola l’export di armi, vietandolo nei confronti di Stati in guerra, o che violino i diritti umani. Si è finalmente creato un precedente, che potrebbe fare da viatico per future nuove rigorose applicazioni: si pensi alla vendita di armi italiane all’Egitto, che potrebbe essere bloccata applicando la stessa 185, in quanto il regime di Al Sisi viola continuativamente i diritti umani (il caso Regeni e quello Zaky, sono solo la punta dell’ iceberg) e risulta fra l’altro, seppur indirettamente, implicato nella guerra in Libia, a sostegno del generale Haftar, padrone della Cirenaica. Naturalmente niente è mai scontato, soprattutto quando si tratta di grossi interessi economici, come per il mercato delle armi da guerra, ma potremmo dire che si è aperta finalmente una breccia nel muro che da sempre protegge il mondo militare e l’industria degli armamenti.
Per quanto riguardo il caso specifico delle bombe d’aereo prodotte in Sardegna dalla multinazionale tedesca RWM, la ricaduta della revoca delle autorizzazioni potrebbe indurre l’azienda a chiudere, delocalizzando altrove la propria produzione, o a rilanciare, individuando altri partner commerciali, ovvero altri Stati pronti a comprare i propri ordigni. Recentemente è arrivato l’annuncio, da parte della stessa azienda, di una nuova commessa di bombe d’aereo verso alcuni paesi europei, che rilancerà la 
Ma il volume d’affari con le monarchie arabe garantiva ben altri profitti e la situazione della RWM in Sardegna resta comunque in bilico. Un’ottantina di lavoratori, che diventano circa duecento lavoratori, considerando anche quelli assunti con contratti a termine, rischierebbero il posto. I sindaci dei comuni di Domusnovas e Iglesias hanno accolto la notizia strappandosi i capelli ed invocando aiuto allo Stato e alla Regione. Non tanto diversamente i sindacati che, con l’esclusione di quelli di base, si sono sempre trincerati dietro l’antico proverbio della deresponsabilizzazione: se non le fanno qui, le farebbero là. Ignorando platealmente ogni principio di
Parte proprio dalla rete di associazioni e comitati la richiesta di avviamento di un processo di riconversione della fabbrica ad usi civili, anche attraverso l’intervento della Regione Sardegna. Amministrazione regionale che, peraltro, sembra per ora del tutto sorda a queste note. Intanto, con il coinvolgimento dell’Università di Cagliari, si sta cercando di costituire una rete di aziende che adottino il marchio “WARFREE, LIBERU DAE SA 
Nel frattempo continua la battaglia legale contro l’ampliamento della stessa fabbrica, iniziato in tutta fretta e senza attendere le autorizzazioni d’impatto
Resta evidente quanto sia sproporzionato il confronto fra la potente lobby delle armi, ben intrecciata agli alti apparati della Difesa, ed una società civile tanto povera di mezzi, quanto nonviolenta e ostinata. Oggi tuttavia sappiamo che fermare, o almeno frenare, le fabbriche di morte è possibile. La strada è lunga, ma è quella giusta.
















