Hanno ucciso un uomo
Pubblicato il 7 Febbraio 2019
Possiamo dirlo in modo affermativo nonostante il processo non sia concluso perché entrambi sono rei confessi. Il più giovane tra i due, 13 anni all’epoca dei fatti, non è imputabile (la soglia è 14) perciò la sua posizione è stata immediatamente archiviata.
Questa archiviazione viene commentata da tanti come un’ingiustizia invocando il carcere indipendentemente dall’età, cioè stesse pene e stessi luoghi di detenzione per piccoli e grandi. L’archiviazione però non era evitabile, una soglia di età bisogna darsela e per l’Italia è 14 anni, il tribunale può soltanto applicarla, se si vuole un inquadramento diverso bisogna cambiare la norma e so che se ne parla a ondate. In uno dei pochissimi articoli dove rintraccio informazioni più precise leggo che si sta discutendo di allontanare il ragazzino dalla famiglia che mostra di non dare peso all’accaduto; gli infraquattordicenni non possono essere processati, ma non è vero che non si possa fare niente.
L’indignazione fa dire molte cose, se chi ha perso la vita è un uomo innocente e inerme come Ahmed Fdil, l’uomo marocchino di 64 anni che viveva nella sua auto da quando aveva perso il lavoro di operaio. E l’indignazione deve essere la stessa quando la vittima è un clochard o un giovanotto di buona famiglia. Bisogna però chiedersi a mente fredda se sarebbe giusto trattare ugualmente minorenni e maggiorenni, e quale sarebbe la ricaduta per tutti noi, perché è vero che i ragazzi possono commettere azioni efferate tanto quanto gli adulti, ma c’è da domandarsi se quelle azioni di per sé identiche abbiano lo stesso significato e necessitino della medesima risposta sanzionatoria. Tocca chiedersi, anche, cosa accade dopo la pena, quale stimolo si dà alla vita delle persone.
Al maggiore dei due imputati, che oggi ha 17 anni (16 al momento del fatto), è stata concessa una messa alla prova di tre anni in comunità. Leggo commenti che interpretano questa decisione come un’assoluzione. Non è così, la messa alla prova non chiude il processo, piuttosto lo sospende per, appunto, “mettere alla prova” l’imputato che in quei tre anni deve svolgere un percorso. Se non ci riesce, se scappa, se commette altri reati, se non sta alle regole, se non si rende conto davvero di quello che ha fatto si torna in aula e, con un reo confesso di omicidio, la condanna è assai probabile, ma è pur vero che, andasse tutto bene, il ragazzo ne uscirebbe con il certificato penale intonso.
Anche in questo caso i giudici hanno applicato la legge, che non delimita i reati ai quali la messa alla prova è applicabile (per questo anche gli accusati di omicidio possono accedervi) e indica in 3 anni il periodo massimo. Ci sono, invece, alcuni presupposti per l’accesso e sono i giudici a valutarli di volta in volta, riguardano la consapevolezza del reato commesso.
Sui contenuti del progetto di messa alla prova la stampa dice poco, solo sappiamo che il ragazzo vivrà in una comunità. È, lo ribadisco, una sospensione del processo, non la sua conclusione. In una buona messa alla prova un ragazzo riceve gli aiuti e le attenzioni che servono per ripensare al suo reato, a ciò che lo ha spinto a farlo, alla persona che ha colpito, a quella che lui stesso è stato e che vuole diventare. Tutti compiti fondamentali che sarebbe bello avvenissero anche in carcere, ma non sono sicura che sia così. Il processo stesso, e tutta la giustizia minorile, si occupano degli autori di reato per ciò che sono, oltre a valutare ciò che hanno fatto. Di questi due ragazzi, dopotutto, non sappiamo niente, qualche notizia in più l’ho rintracciata sul Corriere della Sera.
È capitato anche a me di partecipare a un processo per un gruppo di minorenni accusati di un fatto analogo. Ugualmente perverso nelle intenzioni ma infinitamente meno grave negli effetti, e non per loro merito: quando hanno appiccato il fuoco ai cartoni, agli stracci, alle cose del clochard l’interessato non era lì, non dormiva raggomitolato tra i suoi pochi beni. Negli imputati in udienza non abbiamo riscontrato alcun segnale di pentimento, alcuna aumentata consapevolezza della dignità umana, per loro il barbone continuava ad essere una vita inutile che poteva essere annullata per divertimento, e abbiamo deciso di condannarli, con sospensione della pena. Di consapevolezza nei nostri imputati non c’era neppure l’ombra. Se però penso a cosa succede ai ragazzi una volta usciti dall’aula del tribunale, la differenza è che ai “nostri” è rimasta una condanna sospesa sul certificato penale ma non hanno ricevuto nessuno stimolo ulteriore per rendersi conto del male che potevano commettere, invece il ragazzo di Verona ha tre anni per ragionarci sopra. Magari mi sbaglio ma a me sembra che, quando ci sono i presupposti, una buona messa alla prova ai ragazzi chieda di più di una pena sospesa, non di meno.
Per noi quel processo era l’ultimo della giornata. Pronunciata la sentenza siamo usciti dall’aula e ad aspettarci abbiamo trovato i genitori e i nonni degli imputati. “Non c’è giustizia” ripetevano, “è una vergogna”. Evidentemente non potevano accettare una sanzione verso i loro ragazzi per avere “solo” dato fuoco ai beni di un senza dimora. Siamo stati tentati, allora, di denunciarli per oltraggio e inviare gli atti alla Procura ordinaria (i maggiorenni devono essere giudicati dal tribunale dei “grandi”, non potevamo farlo noi) e poi abbiamo tralasciato, ma la posizione dei genitori non è irrilevante nel percorso che conduce un adolescente a spazzare via una vita umana o a tentare di farlo. Sui fatti di Verona leggo che la mamma del più grande non si capacita. “Mio figlio non voleva uccidere, non farebbe male a una mosca”, sarebbe grossomodo l’atteggiamento della signora. La messa alla prova è un tempo nel quale anche ai genitori può essere proposto un percorso e tante volte ce n’è proprio bisogno.
L’ultimo pensiero mio è per il nipote del signor Fdil, giunto in volo dalla Spagna dove vive con la sua famiglia, per assistere al processo. Il suo urlo di dolore e di rabbia non trova consolazione, non in un sistema penale che tiene in gran conto la figura del reo ma non quella della vittima. Solo mi domando se il vincolo sia imprescindibile. Per dare consolazione a chi ha subito un torto esiste un solo modo, cioè pene severe a chi glielo ha inferto, o ci possono essere altre strade? Di che cosa ha bisogno veramente la vittima di un reato?
Altri paesi europei prevedono forme di sostegno mirate alla persona e indipendenti dalla risposta sanzionatoria al reo, e nel far questo prendono sul serio la direttiva europea sui diritti minimi delle vittime di reato. In Italia le cose stanno diversamente, anche se qualcosa incomincia a cambiare, e chi subisce una violenza anche molto grave può non essere avvicinato da nessuna istituzione.
Coloro che fossero interessati al tema possono scrivere alla nostra redazione per ricevere l’ultimo numero di Azione nonviolenta, focalizzato appunto sul sostegno alle vittime e sulla giustizia riparativa.
















