
La Forza del Diritto
Pubblicato il 14 Dicembre 2025
Nicola Canestrini
C’è una domanda che attraversa tutta la storia del diritto: deve contare di più la forza del diritto o il diritto del più forte?
Non è retorica. È la differenza tra civiltà e barbarie, tra uno Stato di diritto e la legge della giungla. E oggi quella differenza sta crollando davanti ai nostri occhi, mentre Washington decide che la giustizia internazionale vale per tutti tranne che per gli americani, seguendo la stessa logica applicata a Israele, alla Russia e ad altri Stati quando fa loro comodo.
Lo scorso 10 dicembre 2025, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceveva al Quirinale una delegazione della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili. In quell’occasione ribadiva un principio che sembrava acquisito da decenni: il diritto internazionale deve essere al centro delle relazioni tra gli Stati, non un optional diplomatico da invocare quando conviene e ignorare quando disturba. I diritti umani, ricordava Mattarella, non sono concessioni revocabili ma conquiste irreversibili della civiltà.
Nelle stesse ore, un tribunale di Mosca condannava a quindici anni di carcere il giudice italiano Rosario Aitala, primo vicepresidente della Corte Penale Internazionale e primo firmatario del mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin. Insieme a lui, altri otto magistrati della Corte sono stati dichiarati colpevoli e inseriti nella lista internazionale dei ricercati. Il verdetto è stato emesso dal giudice Andrey Suvorov, lo stesso che aveva condannato Alexey Navalny a diciannove anni prima che morisse in circostanze mai chiarite il 16 febbraio scorso. L’accusa è grottesca: aver “perseguito persone innocenti” e tentato “violenza contro persone che godono di protezione internazionale“. In realtà, il crimine di Aitala e degli altri magistrati è uno solo: aver osato indagare sul presidente russo per la deportazione illegale di bambini ucraini e per crimini di guerra, inclusa la deliberata distruzione di infrastrutture civili.
Peraltro, dall’altra sponda dell’atlantico le reazioni alla pretesa di indagare crimini di guerra o contro l’umanità non è stata molto diversa: nel febbraio 2025, la Casa Bianca dichiarava con ordine presidenziale le attività della Corte Penale Internazionale “minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, Washington ha imposto sanzioni formali alla Corte, ai suoi funzionari e a chiunque collabori con essa. E nelle ultime ore è arrivata la conferma che l’amministrazione americana sta valutando ulteriori misure punitive, estendendo la rete di sanzioni secondarie per colpire anche Stati e istituzioni finanziarie che continuano a cooperare con l’ICC.
Ma la contraddizione non viene solo da Washington e Mosca. Nell’ottobre 2025, durante un’intervista a Porta a Porta su Rai 1, il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani dichiarava che “il diritto internazionale è importante ma fino a un certo punto“. La frase, pronunciata per giustificare il blocco israeliano della flottiglia umanitaria diretta a Gaza in acque internazionali, ha reso esplicita una logica devastante: il diritto vale quando ci conviene, quando non contrasta con gli interessi nazionali o con le decisioni degli alleati.
È esattamente il contrario di quanto affermato da Mattarella. Il Presidente della Repubblica parlava di diritto internazionale come vincolo cogente, come limite invalicabile alla sovranità statale. Il Ministro degli Esteri parlava di diritto internazionale come strumento opzionale, valido “fino a un certo punto”. La distanza tra queste due posizioni non è tecnica, è abissale. È la distanza tra uno Stato di diritto e uno Stato che si sottomette alla legge del più forte.
Mosca condanna a quindici anni un magistrato italiano per aver fatto il proprio lavoro. Washington blocca i conti bancari e le email del Procuratore della Corte. Entrambi usano la stessa logica: chi osa indagare sui nostri crimini è un criminale. La simmetria è perfetta. Russia e Stati Uniti, nemici dichiarati su tutto, sono perfettamente d’accordo su una cosa: la giustizia internazionale non deve funzionare quando riguarda loro.
L’ordine presidenziale americano è brutale nella sua chiarezza. Dispone il blocco totale dei beni di qualunque funzionario ICC coinvolto in indagini su cittadini americani. Qualunque conto bancario, proprietà o interesse economico negli Stati Uniti viene congelato. Chi è nella lista nera non può più entrare negli USA. Ma il vero ricatto è nelle sanzioni secondarie: chiunque aiuti la Corte, che sia una banca, un’impresa, un governo, rischia le stesse sanzioni. E il Segretario di Stato può aggiungere nomi alla lista quando vuole, senza processo, senza contraddittorio, con effetti immediati.
Le conseguenze non si sono fatte attendere.
Microsoft, società americana, ha bloccato l’account email del Procuratore Capo Karim Khan. Le comunicazioni della Corte si sono paralizzate da un giorno all’altro. L’ICC ha dovuto migrare d’urgenza verso sistemi tecnologici non statunitensi solo per continuare a lavorare. Un tribunale internazionale che non può usare la posta elettronica perché una superpotenza ha deciso di staccargli la spina. Non è diplomazia, non è tutela della sovranità nazionale. È sabotaggio di un’istituzione giudiziaria internazionale.
E ora arriva la nuova minaccia. L’amministrazione americana sta preparando un’estensione delle sanzioni che colpirebbe non solo i funzionari della Corte, ma anche gli Stati membri che continuano a cooperare con essa nel rispetto dei propri obblighi internazionali. Banche, istituzioni finanziarie, persino governi europei rischiano di finire nella lista nera se non cessano ogni supporto all’ICC. È l’escalation del ricatto: fate quello che vogliamo, rinunciate a sostenere la giustizia internazionale, oppure vi distruggiamo economicamente.
Dal punto di vista del diritto internazionale, quello che sta accadendo viola principi che credevamo consolidati.
L’articolo 40 dello Statuto di Roma garantisce che i giudici della Corte lavorino senza pressioni esterne. Non è una clausola di cortesia, è il cuore dell’indipendenza della magistratura anche a livello internazionale. La condanna di Aitala da parte di Mosca e il blocco delle comunicazioni della Corte da parte di Washington sono due facce della stessa medaglia: coercizione contro l’indipendenza giudiziaria. La Corte Internazionale di Giustizia ha sempre affermato che le corti internazionali devono essere protette da interferenze. Russia e Stati Uniti stanno facendo esattamente il contrario, ciascuno con i propri metodi ma con lo stesso obiettivo: paralizzare chi osa indagare.
Oltre 120 paesi hanno ratificato lo Statuto di Roma e hanno quindi l’obbligo giuridico di cooperare con la Corte.
La Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati vieta qualunque forma di coercizione per modificare o paralizzare un trattato. Punire chi rispetta obblighi internazionali vincolanti significa rovesciare l’intero sistema: non conta più cosa dice il diritto, conta solo chi ha più potere economico e militare per imporre la propria volontà. La Dichiarazione ONU sulle Relazioni Amichevoli del 1970 vieta l’uso di misure economiche per costringere Stati o organizzazioni internazionali a subordinare i propri diritti.
Quando Tajani dice che il diritto internazionale vale “fino a un certo punto“, sta dicendo esattamente questo: quando il diritto contrasta con gli interessi della potenza o dell’alleato, il diritto si ferma. È la logica che Washington applica con le sanzioni alla CPI, è la logica che Mosca applica condannando i giudici che osano indagare su Putin, è la logica che Israele ha applicato bloccando la flottiglia umanitaria in acque internazionali. Ed è la logica che distrugge il sistema multilaterale costruito dopo il 1945.
Washington e Mosca sostengono che i propri funzionari godono di immunità assoluta, anche per crimini internazionali. È un argomento che non sta in piedi giuridicamente. La Corte Internazionale di Giustizia nel 2002, nel caso Arrest Warrant, ha chiarito che l’immunità funzionale opera solo nei rapporti tra Stati, non dinanzi a corti penali internazionali. La Camera d’Appello dell’ICC nel 2019, nel caso Al Bashir, ha ribadito che nemmeno i Capi di Stato possono invocare immunità per genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. I tribunali penali internazionali per la ex Jugoslavia e il Ruanda hanno processato presidenti, primi ministri, generali. Nessuno ha mai accettato l’immunità come scudo per crimini di massa.
L’argomento americano e quello russo non sono posizioni giuridiche serie, sono pretese di impunità basate sulla forza, per impedire l’esercizio di funzioni pubbliche. Qui abbiamo esattamente questo: da un lato minacce economiche per paralizzare una corte di giustizia, sabotaggio tecnologico per impedire al Procuratore di comunicare, sanzioni contro chiunque collabori con l’istituzione. Dall’altro, condanne penali a quindici anni contro magistrati che hanno osato indagare, inserimento nelle liste dei ricercati internazionali, minacce di arresto.
Due metodi diversi, stessa sostanza: fate quello che vogliamo, rinunciate a indagare, oppure vi distruggiamo. Non è un’analogia forzata. È la descrizione di quello che sta accadendo con le categorie giuridiche che abbiamo a disposizione.
La Corte continua a lavorare, ma in condizioni di assedio sempre più stringente. Gli Stati parte dello Statuto devono scegliere: rispettare i propri obblighi internazionali o cedere ai ricatti incrociati che si fanno ogni giorno più pesanti. L’Italia purtroppo si è nei fatti schierata contro la Corte, minandone il ruolo ed abdicando alruolo importante che ha rivestito per decenni nella difesa di un ordine mondiale fonato non sulla forza e la sovranità, ma sul primato del diritto ed il multilateralismo
Sul piano giuridico, sia le sanzioni americane che le condanne russe potrebbero essere impugnate davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Ma il problema non è tecnico-giuridico, è politico. Se le superpotenze decidono che il diritto internazionale non vale per loro e che puniranno chiunque non si pieghi a questa pretesa, cosa resta del sistema multilaterale?
La Costituzione italiana, agli articoli 10 e 11, stabilisce che la sovranità trova il suo limite nel rispetto degli obblighi internazionali e dei diritti fondamentali. Non è una scelta ideologica, è una scelta di civiltà giuridica maturata dopo le tragedie del Novecento. È l’idea che il diritto deve contare più del potere, che non si può tornare alla legge della giungla dove la giustizia vale solo per i deboli mentre i potenti restano impunibili.
In condizioni difficili si resiste perché oltre il diritto c’è solo barbarie. Quando il Presidente Mattarella parla di diritto internazionale come conquista irreversibile, sta dicendo che non esistono scorciatoie. O si difende il principio che il diritto vale per tutti, sempre, oppure si accetta che valga solo per chi non ha la forza di opporsi. Non c’è una terza via. Non esiste un diritto internazionale “fino a un certo punto”. Esiste il diritto o esiste la forza. E ogni volta che si cede sulla prima, si rafforza la seconda.
Quello che sta accadendo alla Corte Penale Internazionale è il test definitivo di questo principio. Quando il diritto contrasta con gli interessi delle potenze, le potenze schiacciano il diritto. Non con argomenti giuridici, non con il consenso internazionale, ma con sanzioni economiche, sabotaggio tecnologico, condanne penali contro i magistrati. È il ritorno alla legge del più forte, dove non conta cosa dice il trattato ma quante portaerei hai, quante società tecnologiche controlli, quanti anni di carcere puoi comminare a chi ti disturba.
La scelta è questa: accettiamo che la giustizia internazionale valga solo per i deboli, mentre i forti restano impunibili? Oppure difendiamo l’idea che la sovranità trova il suo limite nel rispetto dei diritti fondamentali? Non è questione astratta, non è dibattito accademico. È la domanda che definisce il mondo in cui vivremo.
E ogni volta che accettiamo in silenzio che il diritto del più forte prevalga sulla forza del diritto, stiamo cedendo un pezzo di civiltà che sarà difficilissimo riconquistare.
(*l’autore è iscritto nella lista dei difensori ammesso al patrocinio avanti la Corte penale Internazionale)













