Sicurezza comune globale: scelta alternativa al riarmo ed alle guerre

Pubblicato il 4 Febbraio 2026

Sergio Bassoli

Sicurezza comune globale: scelta alternativa al riarmo ed alle guerre Com’è nato, come si è sviluppato quanto è attuale e necessario oggi il concetto di sicurezza comune, [...]

Sicurezza comune globale: scelta alternativa al riarmo ed alle guerre

Com’è nato, come si è sviluppato quanto è attuale e necessario oggi il concetto di sicurezza comune, dalla conferenza di Helsinki (1973/75) ad oggi.

Pubblichiamo molto volentieri e ringraziamo Sergio Bassoli, già portavoce della Rete italiana Pace e Disarmo, questo dossier su un tema che appare sempre più urgente nello scenario geopolitico globale: quale tipo di sicurezza internazionale può essere promossa dalla diplomazia a dai movimenti per la pace in tutto il mondo.

Tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 del secolo scorso maturò una corrente di pensiero   composta da intellettuali e politici che sentirono l’esigenza di fermarsi e riflettere, per non perdere tutto ciò che si era costruito in chiave di pace, sicurezza e benessere dalla fine della seconda guerra mondiale a quel momento. Era un periodo di pace e di crescita economica nel così chiamato “primo mondo” ma nel pieno della “guerra fredda” tra i due blocchi, quello Occidentale e quello Sovietico, con il crescere delle tensioni, con la proliferazione di armi convenzionali e nucleari, e con la convinzione che, la sicurezza e la pace, si potessero difendere con la teoria della deterrenza militare. Da queste preoccupazioni nacque l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (OSCE) ad Helsinki il 3 luglio del 1973, con l’obiettivo di creare un sistema di sicurezza inter-regionale superando le barriere dei blocchi militari e della geopolitica. Aderirono alla prima conferenza 34 paesi del continente europeo, dal Portogallo all’Unione Sovietica, più USA e Canada, oggi l’OSCE ha 57 stati membri. La nascita dell’OSCE coincise con l’apertura della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa che durante due anni di incontri, discussioni, negoziati, terminò il 1 agosto del 1975, con l’approvazione e la firma della Carta di Helsinki.

I lavori della Conferenza si articolarono su quattro ambiti, considerati fondamentali:

(1) le questioni di sicurezza europea;

(2)la cooperazione in materia di economia, scienza e tecnologia e ambiente;

(3) la cooperazione umanitaria e culturale;

(4) il monitoraggio per l’implementazione degli accordi presi.

Declinati durante i due anni di lavoro in un decalogo di principi fondamentali plasmati nella dichiarazione finale approvata ad Helsinki il 1° agosto 1975,  raggiungendo uno storico accordo tra i 35 stati presenti, dove tutte le parti riconobbero e si impegnarono a rispettare due principi fondamentali: l’inviolabilità dei confini europei stabiliti dopo la seconda guerra mondiale ed il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

La dichiarazione finale è una vera e propria piattaforma politica fondata su dieci principi fondamentali, da cui la CARTA DI HELSINKI, la cui implementazione da parte degli stati avrebbe dovuto guidare le relazioni tra gli stessi stati, per costruire sicurezza nell’intero continente europeo, prevenendo guerre e rafforzando i diritti umani e le libertà fondamentali, non più solamente con la deterrenza militare ma con la cooperazione ed il rispetto dei principi fondamentali della Carta di Helsinki..

I dieci principi fondamentali della Carta di Helsinki:

I. Uguaglianza sovrana, rispetto dei diritti inerenti alla sovranità

II. Astensione dal ricorso alla minaccia o all’uso della forza

III. Inviolabilità delle frontiere

IV. Integrità territoriale degli Stati

V. Risoluzione pacifica delle controversie

VI. Non ingerenza negli affari interni

VII. Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, compresa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo

VIII. Uguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli

IX. Cooperazione tra gli Stati

X. Adempimento in buona fede degli obblighi previsti dal diritto internazionale

 

Un impianto di politica e di relazioni che avrebbe dovuto determinare un sistema di relazioni e di distensione tra i due blocchi in cui era divisa l’Europa, Occidentale e Orientale, cosa che in parte è avvenuta con la ratifica di accordi sul controllo della produzione di armi convenzionali e nucleari, ma che ha convissuto, e tutt’ora presente, con la teoria e la politica della deterrenza militare, che si fonda sulla paura e sulla reciproca minaccia.

 

La Commissione indipendente per la sicurezza ed il disarmo

Ma tanto lo spirito quanto la Carta di Helsinki, nonostante fossero presenti stati e governi dei due blocchi, non sono stati sufficienti per evitare che le scelte politiche fossero, quasi sempre, dettate dalla difesa dei propri interessi, nazionali o di un blocco, se non contro o per mettere in difficoltà o competere con altri stati o l’altro blocco.

Di fatto fino alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, erano presenti due modelli radicalmente contrapposti, da ogni punto di vista: ideologico, economico sociale, dei diritti e delle libertà. Ben presto emerse che, con quelle divisioni ideologiche, istituzionali e sociali, l’applicazione della Carta di Helsinki avrebbe avuto un cammino lento e pieno di ostacoli. In effetti,  gli stati membri, anziché cooperare nello spirito indicato dai principi fondamentali della Carta di Helsinki, mantennero una politica di difesa degli interessi nazionali o del proprio blocco ideologico, così confermando la scelta di investire sulla deterrenza militare come scudo per la propria sicurezza.

In quel contesto, con le preoccupazioni di una escalation militare e la prospettiva spaventosa di una guerra nucleare, all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso, su iniziativa dell’ex-premier svedese Olof Palme prese corpo la Commissione indipendente per la Sicurezza e per il disarmo con  l’obiettivo di allertare stati, governi ed opinione pubblica, sulla gravità della situazione in Europa e per l’intera umanità,  e di disegnare una strada alternativa coerente con lo “spirito e la Carta di Helsinki”. Olof Palme invitò a far parte della Commissione eminenti figure[i] di ogni parte del mondo e con diverse appartenenze ideologiche, persone con esperienza politica di altissimo livello e non esperti militari, scelta dettata dalla necessità di avere figure autorevoli e riconosciute dalla comunità internazionale istituzionale e di ogni ideologia, blocco o alleanza. Unico palese difetto, era la composizione di genere, tutti tranne una, la ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, erano uomini.

I lavori della Commissione durarono due anni, a seguito dei quali la Commissione pubblicò il rapporto Common Security: A Programme for Disarmament (Sicurezza comune: un programma per il disarmo). Il rapporto metteva a nudo le terribili conseguenze di un conflitto nucleare e smascherava l’errore secondo cui la deterrenza nucleare garantisce la sicurezza. Come affermava il rapporto, “la sicurezza internazionale deve basarsi su un impegno alla sopravvivenza comune piuttosto che sulla minaccia di distruzione reciproca“.

Il rapporto di oltre duecento pagine, è preceduto da un breve prologo e dall’introduzione, rispettivamente scritte dall’ex-diplomatico americano Cyrus Vance e da Olof Palme, che in alcuni passaggi attirano l’attenzione sulle sfide e sull’orizzonte di allora, che ancora oggi sono lì, sempre più inquietanti e prossime ad esplodere. Se per Vance[ii] l’aver compreso ed accordato (tra tutti i partecipanti alla Commissione) che nell’era del nucleare, la sicurezza o è comune, per tutti, o non è sicurezza, e che questo tema non può avere divisioni tra partiti, di destra o di sinistra, come non vedere quanto sia peggiorato il dibattito ed i posizionamenti di stati e governi di oggi.  Per Palme, era urgente, già allora, sostituire la dottrina della deterrenza con quella della sicurezza comune e che questa può essere raggiunta solamente costruendola con l’avversario, quindi con gli strumenti del dialogo e del negoziato.  E ancora scriveva Palme, nella sua introduzione[iii]  al Rapporto, rispetto alla corsa al riarmo, come fosse necessario procedere alla progressiva riduzione degli arsenali militari in modo equilibrato, passo dopo passo, senza generare ulteriori tensioni e paure, cosa possibile solo se si sceglie la strada del dialogo e mettendo sul tavolo l’obiettivo della sicurezza comune fondata sulla carta dei principi di Helsinki (1975). Un orizzonte ed un approccio radicalmente opposto da ciò che stiamo assistendo oggi, ancora basato sulla logica della deterrenza e del riarmo.

Il rapporto, nelle sue oltre duecento pagine, descrive e sostiene le ragioni e la strada per raggiungere una condizione di sicurezza comune e di progressivo disarmo, denunciando i rischi ed i pericoli della politica della deterrenza militare, in quanto obbliga a rincorrere l’avversario nella produzione di armi convenzionali e di distruzione di massa, elencando una serie di raccomandazioni sul che fare rivolte a stati e governi. Tra queste figuravano:  le riduzioni e limitazioni qualitative delle forze nucleari; la creazione di una zona libera da armi nucleari in Europa; il divieto dei sistemi anti-satellite; l’adesione universale al Trattato di non proliferazione e la conversione di gran parte degli sforzi militari, scientifici e tecnologici a fini civili.

Ma il risultato principale della Commissione nei suoi due anni di lavoro, è quello di aver plasmato il  concetto di sicurezza comune e di disegnare una road map o programma di politica di vera difesa e di sicurezza comune per tutti: “L’idea che la cooperazione possa fornire la sicurezza che gli esseri umani desiderano, laddove la competizione militare e la deterrenza nucleare hanno fallito. In definitiva, le nazioni e le popolazioni possono sentirsi al sicuro solo quando anche le loro controparti si sentono al sicuro”.

Purtroppo, anche questo importante lavoro teorico e politico non è riuscito ad invertire la tendenza al riarmo e ad una riflessione in ambito europeo sul futuro dell’Europa in chiave di sicurezza e di pacifica convivenza.  Vanno ricordate anche alcune autorevoli critiche al Rapporto, da parte di importanti voci del pacifismo europeo come quella di Johan Galtung[iv] perché, a suo dire, propone cose ovvie già note, mentre le novità sono considerate scarsamente interessanti. Mentre, invece, diverse fonti attestano che i contenuti del Rapporto siano stati presi in considerazione dall’allora presidente dell’URSS, Mikail Gorbachiov, nell’impostare il negoziato con l’Occidente nella fase finale dell’Unione Sovietica. Ma, per il meanstreaming politico europeo il lavoro della Commissione è stato considerato come un meritevole contributo prodotto da autorevoli personaggi, buono per un posto nella biblioteca di casa. Poco più o poco meno di quanto avvenuto con la Carta di Helsinki.

Un momento di rilancio dello spirito di Helsinki e del lavoro della Commissione Palme, avviene nella fase di dissoluzione dell’Unione Sovietica, con il conseguente crollo dei governi comunisti nell’Europa orientale e la riunificazione della Germania (1989-1990).  A conseguenza di questo vero e proprio terremoto politico, nel mese di novembre del 1990, si tenne a Parigi un secondo importante vertice della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (CSCE)[v], con l’ambizioso obiettivo di porre formalmente fine al lungo confronto tra il blocco occidentale e quello sovietico in Europa e costruire una Europa fondata sulla democrazia e sui diritti umani e le libertà. Il vertice di Parigi fu caratterizzato dall’adozione della Carta di Parigi per una nuova Europa, che riprende e si appoggia alla precedente (e scarsamente applicata) Carta di Helsinki, oltre a consolidare l’organizzazione dell’OSCE. In quella sede si decise di istituire organismi permanenti, tra i quali, il “Centro per la prevenzione dei conflitti”, con sede a Vienna, per assistere il Consiglio OSCE a ridurre il rischio di conflitti. Tra i suoi primi compiti vi era quello di “….. fornire supporto per l’attuazione di misure miranti a rafforzare la fiducia e la sicurezza tra stati attraverso un meccanismo per consultazioni e cooperazione riguardo ad attività inusuali di natura militare; lo scambio annuale di informazioni militari; una rete di comunicazioni; riunioni annuali di valutazione sull’applicazione;  cooperazione in relazione ad incidenti pericolosi di carattere militare”.

A questa iniziativa di Parigi, fece seguito nel 1992, a Stoccolma, la conferenza del Consiglio OSCE che adottò la  Convenzione (poi chiamata Corte) di Conciliazione ed Arbitrato, uno strumento giuridico indipendente,  per rendere efficaci i principi della Carta di Helsinki (1975) e della Carta di Parigi (1990), in grado di svolgere una funzione di conciliazione e di arbitraggio in caso di denunce di violazioni o conflitti tra stati, nacque così la Corte di Conciliazione ed Arbitrato.  In effetti, la Corte si basa sugli impegni assunti dagli Stati partecipanti all’OSCE di risolvere le controversie con mezzi pacifici, come enunciato nel principio V dell’Atto finale di Helsinki. Nella Carta di Parigi per una nuova Europa del 1990, gli Stati ribadirono il loro impegno a sviluppare meccanismi per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti tra stati, gettando le basi per la creazione della Corte dell’OSCE, la cui sede fu installata in Ginevra (Svizzera).  Ad oggi conta con la ratifica da parte di 34 stati europei, ma non della Federazione Russa che però nel 1992 la sottoscrisse.

Dalla sua creazione ad oggi la Corte si è occupata del caso della Transnistria, della Georgia e con uffici aperti in Bosnia.-Herzegovina, Moldavia e Macedonia del Nord. Uno strumento (la Corte) che dovrebbe essere al centro dell’architettura europea, reso autorevole e legittimato per la delicatezza e per il ruolo di “arbitro” nel caso di conflitti tra stati, mentre, invece, così non è stato in questi trenta e più anni di suo funzionamento, come emerge dal report della conferenza del trentennale della Corte, realizzatasi nuovamente a Stoccolma nel 2022 e dalle parole del suo presidente, Emmanuel Decaux, per farci capire che la crisi attuale non è altro che la sommatoria di errori e cecità politica da parte di stati e governi europei.

“…….Una generazione dopo, dobbiamo ammettere che queste grandi speranze si sono trasformate in grandi illusioni. Sebbene la Corte, combinando esperienza diplomatica e competenza giuridica, offrisse ogni garanzia di competenza, indipendenza e imparzialità, gli Stati parti non si sono mai rivolti ad essa per cercare di prevenire una crisi o risolvere una controversia. Moltiplicando il numero di “conflitti congelati” e di buoni uffici diplomatici, o anche di pressioni politiche, gli Stati partecipanti e anche gli organi dell’OSCE hanno indubbiamente trascurato l’importanza di un organo morale che garantisca l’uguaglianza giuridica tra Stati deboli e Stati potenti e assicuri che la forza del diritto prevalga sul diritto della forza.” [vi]

Questa ulteriore esperienza negativa di un organo sovranazionale istituito dagli stessi stati per dirimere, in modo negoziale con riferimento al diritto internazionale, le situazioni di conflitti tra stati, è comune alle altre corti istituite in ambito europeo, a conferma che sia ancora oggi praticato il rapporto diretto tra stati a scapito dalla dimensione sovrastatale (in questo caso europea) e dai suoi strumenti.

Sicurezza comune: dopo 40 anni si rinnova e si amplia il concetto.

Nel 2022, dopo 40 anni, dalla pubblicazione del Rapporto della Commissione Palme,  il Centro Internazionale Olof Palme (OPIC) insieme all’International Peace Bureau (IPB) ed alla Confederazione Internazionale dei Sindacati (CSI/ITUC), ha ripreso il Rapporto Palme e l’ha rilanciato come l’alternativa possibile e necessaria alla crisi attuale[vii].

La nuova architettura della “sicurezza comune” mantiene saldi i concetti espressi nel Rapporto della Commissione Palme, ma identifica degli impegni (n° 8 obiettivi) necessari per rispondere alle principali criticità dell’attuale contesto europeo ed internazionale che, se non affrontate e risolte con gli strumenti del dialogo, del multilateralismo, del diritto internazionale rendono impossibile costruire un sistema di sicurezza comune globale, vediamoli:

1.      Riaffermare la Carta delle Nazioni Unite basata sui diritti e sui doveri di “noi popoli”. La cooperazione internazionale e il rispetto del diritto internazionale devono essere fondamentali per tutti gli Stati.

2.      Rivitalizzare e attuare l’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco mondiale, come punto di partenza per i processi di pace in diverse regioni del mondo.

3.      Rafforzare con urgenza il rispetto del diritto internazionale umanitario, considerato il crescente numero di vittime civili nei conflitti recenti.

4.      Comprendere che la pace e la sicurezza globali sono frutto di uno sforzo congiunto: se la controparte non è al sicuro, nemmeno noi potremo esserlo. È necessario rispettare il divieto di ricorso alla forza e l’inviolabilità dei confini sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

5.      Riconoscere che la minaccia di una guerra nucleare ed il cambiamento climatico sono entrambi minacce esistenziali per l’umanità.

6.      Rafforzare la fiducia tra Stati e popoli, in modo che paesi con sistemi, culture, religioni e ideologie diversi possano collaborare per affrontare le sfide globali.

7.      Costruire un ordine mondiale basato sui bisogni umani. Non c’è sviluppo senza pace, né pace senza sviluppo. E nessuno dei due è possibile senza il rispetto dei diritti umani.

8.     Garantire una governance inclusiva a tutti i livelli della società, per salvaguardare i principi democratici e l’inclusione delle donne, dei giovani e delle minoranze.

Questi obiettivi, che possiamo definire come le fondamenta  di un “nuovo sistema globale di sicurezza comune”, hanno un preambolo di sei principi  (nel documento sono chiamati “novità”) che debbono essere considerati come principi inderogabili ed indivisibili, parte integrante della teoria della sicurezza comune globale:

1.      Tutti hanno diritto alla sicurezza umana: libertà dalla paura e libertà dalla miseria.

2.      Costruire la fiducia tra le nazioni e i popoli è fondamentale per un’esistenza umana pacifica e sostenibile.

3.      Non può esserci sicurezza comune senza disarmo nucleare, forti limitazioni alle armi convenzionali e riduzione delle spese militari.

4.      La cooperazione globale e regionale, il multilateralismo e lo Stato di diritto sono fondamentali per affrontare molte delle sfide mondiali.

5.      Il dialogo, la prevenzione dei conflitti e le misure volte a rafforzare la fiducia devono sostituire l’aggressione e la forza militare come mezzi per risolvere le controversie.

6.     Una migliore regolamentazione, il diritto internazionale e una governance responsabile devono inoltre essere estesi alle nuove tecnologie militari, come quelle relative al cyberspazio, allo spazio extra-atmosferico e all’“intelligenza artificiale”.

 

Infine, il documento presenta una vera e propria piattaforma universale per costruire pace, convivenza, economia di pace, sicurezza comune, una rinnovata road map, nel documento chiamata “raccomandazioni”,  e suddivisa in quattro capitoletti:

1. Rafforzare l’architettura globale per la pace;

2. Un nuovo dividendo di pace: disarmo e sviluppo;

3. Controllo delle armi nucleari e disarmo rivitalizzati;

4. Nuove tecnologie militari e armi spaziali

 

Riportiamo per esteso questa parte del documento per una attenta valutazione ai fini di comprendere quanto sia complesso e sistemico il cambiamento necessario, come pure sia grande la distanza tra le decisioni e le tendenze in atto, sia in ambito europeo che internazionale,  rispetto alla nuova road map per raggiungere  pace e sicurezza comune globale.

  1. Rafforzare l’architettura globale per la pace
  • Integrare i rischi per la sicurezza legati al clima nelle strategie di prevenzione dei conflitti delle Nazioni Unite. Impegnarsi a condividere le tecnologie verdi, a ridistribuire le risorse militari per affrontare la minaccia climatica e a promuovere soluzioni alternative ai problemi ambientali. Garantire giustizia alle nazioni più colpite dai cambiamenti climatici attraverso risarcimenti, ricollocazione e sostegno alle infrastrutture resistenti al clima.
  • Organizzare le Conferenze di pace ogni tre anni per esaminare i progressi compiuti in materia di trattati sul controllo degli armamenti, affrontare il divario nel dialogo di pace e fornire uno spazio per accordi intergovernativi. Porre la società civile al centro delle discussioni, proprio come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) tripartita è in grado di fare nel suo modo di operare.
  • Ampliare il mandato e le risorse del Fondo e della Commissione delle Nazioni Unite per il consolidamento della pace da utilizzare nei processi di dialogo transnazionale, nei contatti e nella collaborazione tra i popoli e nella mobilitazione democratica. Continuare a concentrare l’attenzione del Fondo sulle soluzioni di consolidamento della pace incentrate sulle donne.
  • Rafforzare l’agenda internazionale per le donne, la pace e la sicurezza fissando un obiettivo del 50% per la partecipazione delle donne a tutti i livelli delle iniziative internazionali per la pace e la sicurezza.
  • Riformare l’ONU per conferire maggiore potere e autorità all’Assemblea Generale – in particolare in materia di sicurezza – al fine di evitare che singoli membri possano paralizzare l’intero sistema di sicurezza comune dell’ONU.

 

  1. Un nuovo dividendo di pace: disarmo e sviluppo
  • La comunità internazionale deve trovare un modo per creare un interesse acquisito nella pace, con l’obiettivo di un disarmo generale e completo. Ciò significa anche trovare modi innovativi per utilizzare attrezzature e competenze a fini pacifici e per sostenere la transizione del personale militare verso professioni non militari : l’idea di “trasformare le armi in parchi eolici”. Più che un semplice vantaggio finanziario, questo nuovo dividendo di pace dovrebbe contribuire ad affrontare le cause dei conflitti e delle paure, quali il cambiamento climatico, la disuguaglianza, la migrazione, la scarsità di risorse e le pandemie.
  • Rafforzare il diritto internazionale e rivitalizzare i trattati in materia di disarmo, controllo degli armamenti, non proliferazione e commercio di armi, in particolare il Trattato sul commercio delle armi (ATT). Stabilire norme internazionali rigorose sull’esportazione e l’uso di armi leggere e di piccolo calibro, sulle violazioni del diritto internazionale umanitario, sui crimini violenti e sul terrorismo. Adottare una dichiarazione politica contro l’uso di armi esplosive in aree popolate e rafforzare gli impegni esistenti, come la “Dichiarazione sulle scuole sicure” che protegge le scuole e le università dagli attacchi.
  • Convocare un’Assemblea Generale speciale delle Nazioni Unite sul disarmo per fissare un impegno globale a ridurre le spese militari del 2% all’anno. Fissare l’obiettivo globale di abolire le armi nucleari per liberare oltre 72 miliardi di dollari all’anno.
  • Utilizzare la riduzione delle spese militari per generare un “dividendo di pace globale” da destinare al finanziamento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, delle iniziative di pace delle Nazioni Unite e di una transizione equa verso lavori rispettosi del clima. Istituire un’istituzione delle Nazioni Unite per la “giusta conversione” e puntare a creare 575 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030, attraverso la conversione dei posti di lavoro e della tecnologia nell’industria degli armamenti in innovazione ambientale e sanitaria, vaccini e trattamenti. Ridurre la spesa per il personale militare creando opzioni di servizio civile come alternativa al servizio militare.
  • Investire nella sicurezza umana creando un nuovo contratto sociale che affronti le disuguaglianze e costruisca una società più inclusiva, resiliente e pacifica. Forgiare il nuovo contratto sociale attuando la Dichiarazione del Centenario dell’ILO del 2019 ;
    • organizzando un Vertice sociale mondiale nel 2025;
    • istituendo un Fondo globale di protezione sociale; creando un livello minimo universale di diritti dei lavoratori;
  • istituire un trattato multilaterale vincolante che imponga alle aziende lungo tutta la catena di approvvigionamento di prestare la dovuta diligenza in materia di diritti umani e regolarizzare oltre un miliardo di lavori informali e su piattaforme digitali.
  • Rafforzare la lotta contro la disuguaglianza istituendo una commissione globale e uno strumento normativo incentrato sui livelli e sui sistemi fiscali transnazionali, sui flussi finanziari illeciti e sui sistemi nazionali di sicurezza sociale e tassazione.

 

  1. Controllo delle armi nucleari e disarmo rivitalizzati

Il riconoscimento che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta richiede la completa abolizione delle armi nucleari. I primi passi nel processo di disarmo nucleare globale devono essere intrapresi immediatamente e in buona fede. L’imperativo di prevenire le catastrofiche conseguenze umanitarie di una guerra nucleare dovrebbe unificare la comunità internazionale e sottolineare l’urgenza di compiere progressi.

  • Ripristinare i trattati sul controllo degli armamenti, in particolare quelli relativi alle armi nucleari e ai loro sistemi di lancio, ad esempio il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF). Come primo passo, dovrebbe essere introdotta una moratoria sul dispiegamento dei sistemi terrestri INF in Europa. Le parti del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) devono sviluppare con urgenza e presentare piani concreti, vincolati da scadenze temporali e trasparenti su come intendono attuare il loro obbligo di disarmo nucleare. Garantire che il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT) entri in vigore. Dovrebbero iniziare i negoziati su un trattato che vieti qualsiasi ulteriore produzione di materiali fissili per l’uso in armi nucleari. Ripristinare e sviluppare misure volte a rafforzare la fiducia, come il Trattato sui cieli aperti.
  • Gli Stati sono incoraggiati a firmare e ratificare il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). Gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero aderire al trattato e inviare osservatori alla riunione degli Stati parti.
  • Riprendere con urgenza la riduzione delle armi nucleari, con l’obiettivo di arrivare all’eliminazione di tutte le armi di distruzione di massa. Dare priorità agli Stati che posseggono il maggior numero di testate nucleari, ma coinvolgere fin dall’inizio tutti gli Stati dotati di armi nucleari. Cessare lo sviluppo di nuove armi nucleari, nonché la modernizzazione e il potenziamento degli arsenali nucleari. Gli Stati dotati di armi nucleari e gli Stati che rientrano in accordi di deterrenza nucleare estesa dovrebbero impegnarsi con gli Stati non dotati di armi nucleari in un processo serio per discutere come allontanarsi dal paradigma della deterrenza nucleare e sviluppare approcci e politiche di sicurezza alternativi.
  • Il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, deve essere ripristinato integralmente e attuato fedelmente da tutte le parti firmatarie.
  • Gli Stati che hanno effettuato test nucleari devono fornire assistenza immediata alle vittime e bonificare l’ambiente, in particolare nelle comunità indigene.

 

  1. Nuove tecnologie militari e armi spaziali
  • Vietare gli attacchi informatici ai sistemi di comando e controllo nucleari, accompagnati da una separazione dei sistemi di comando e controllo delle armi convenzionali e nucleari.
  • Vietare i sistemi d’arma autonomi, per garantire che gli esseri umani mantengano il controllo sulle armi e sui conflitti armati.
  • Vietare i sistemi automatizzati di comando e controllo delle armi nucleari.
  • Vietare gli attacchi ai satelliti di allerta precoce spaziali e ai sistemi di comunicazione di allerta precoce.
  • Rafforzare il Trattato sullo spazio extra-atmosferico e istituire una nuova cultura di governance spaziale responsabile per prevenire un’ulteriore militarizzazione del settore..
  • Rafforzare il Trattato sullo spazio extra-atmosferico e istituire una nuova cultura di governance responsabile dello spazio per impedire un’ulteriore militarizzazione del settore.
  • Rafforzare il diritto internazionale dello spazio per salvaguardarne l’uso a fini pacifici e a beneficio di tutta l’umanità.
  • Limitare i missili ipersonici e creare un calendario per vietare queste armi.

 

Ultimo atto: Helsinki +50

Com’è noto, il 2025 è stato il 50esimo anniversario della Carta di Helsinki, scadenza che, visto il perdurare della guerra in Ucraina, la sempre più pericolosa deriva bellicista che domina i dibattiti ed i confini europei,  ha  rilanciato un interesse per il cosiddetto “spirito di Helsinki”. Per quanto riguarda il movimento per la pace e per il disarmo, abbiamo assistito a varie iniziative e seminari importanti come quelli promossi dalle Fondazioni (Fondazione Basso – Centro per la Riforma dello Stato – Fondazione Di Vittorio – Salviamo la Costituzione), mentre in sede europea abbiamo assistito a due iniziative promosse dal movimento pacifista del Nord Europa e quello austriaco che attraverso seminari, webinars e conferenze hanno prodotto due dichiarazioni. La prima “The Helsinki+50 People’s Declaration on common security and human rights “ che riprende e rilancia i principi fondamentali della Carta di Helsinki ed il ruolo dell’OSCE. Sottolinea la necessità di recuperare l’assenza di una dimensione di genere presente tanto nella conferenza di Helsinki del 1975 quanto nella Commissione Indipendente 1982 e la centralità dei diritti umani e del diritto internazionale.  La seconda iniziativa si è invece realizzata a inizio dicembre in occasione dell’incontro dei ministri degli esteri dei paesi OSCE a Vienna, su iniziativa del movimento pacifista austriaco, con mobilitazione, seminario e dichiarazione finale Dialogue for Peace within the OSCE  dove si esorta nuovamente stati e governi a riprendere il cammino tracciato cinquant’anni fa ad Helsinki, constatando come invece gli stati continuano a dare scarsa importanza a questa organizzazione, tanto da snobbare la stessa partecipazione al summit di Vienna. Comportamento che si ripete pure rispetto alla Corte di Conciliazione ed Arbitrato, scarsamente utilizzata, se non proprio dimenticata, come strumento di negoziato per affrontare le attuali crisi che investono l’Europa, aggressione e guerra all’Ucraina in primis. Nella dichiarazione, tra le richieste urgenti vi è quella di chiedere la convocazione della conferenza OSCE dei capi di stato, cosa che non avviene dal 2010. Attenzione viene data anche ad altri importanti aspetti che rappresentano vere e proprie criticità come sono la necessità di garantire la presenza e partecipazione delle donne nei luoghi e negli organi decisionali, la necessità di una politica di inclusione dei migranti, il rispetto delle libertà a partire dalla libertà di obiezione di coscienza.

 

Conclusioni

Ripercorrendo questo percorso per calarlo nel contesto attuale sovvengono alcune riflessioni.

  1. Chi si è mosso negli anni 70/80 del secolo scorso per costruire sicurezza comune e ridurre il carico di armi in Europa si è mosso su di una dimensione geografica oltre i confini dell’Unione Europea ed oltre le alleanze militari. Tanto lo spirito di Helsinki come la Commissione indipendente ideata da Olof Palme hanno avuto un orizzonte politico rivolto a tutto il continente europeo[viii] , includendo anche stati di altri continenti, in particolare ad Ovest, gli stati del Nord America, USA e Canada, associando paesi per una cooperazione inter-regionale, definiti “partner”, sia a Est ( Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Afghanistan) , Australia e sia a Sud, come Marocco, Algeria, Giordania, Tunisia, Egitto ed Israele. Disegnando così un’area di sicurezza su tre punti cardinali (visto che a Nord c’è la calotta polare), con al centro il continente europeo circondato da stati partners e non da muri, fili spinati o da cortine di ferro.  Questa visione di Europa, come continente e non come un mosaico di alleanze a geometrie variabili o  di blocchi geopolitici, posto al centro di un sistema inter-regionale fondato su principi fondamentali condivisi, individuati e plasmati nella Carta di Helsinki, coerenti ed interconnessi con la Carta ONU e tutti i suoi derivati, è stato un progetto abbandonato già dai primi anni novanta del secolo scorso. Non si è colta la grande opportunità presentatasi con la fine del blocco sovietico, per rilanciare quel progetto di cooperazione a 360°, indispensabile per costruire uno spazio europeo ed  inter-regionale di sicurezza comune e condivisa, come era stato pensato e disegnato dalla generazione politica precedente. Si è invece pensato che fosse sufficiente rimanere sotto l’ombrello protettivo dell’alleanza politico/militare/economica ad Ovest, con un lento processo di allargamento ad Est, mescolando integrazione economica con allargamento dell’alleanza militare, ma senza un vero progetto politico di integrazione del continente europeo e di partenariato tra Ovest, Est, Sud con al centro il continente europeo.

Non è un caso che questa visione, di Europa come Europa Occidentale, non ancora libera dalla storia del novecento, in questi ultimi trent’anni abbia prodotto una sua crescita quantitativa internamente,  ma non sia stata in grado di prevenire le crisi e le relazioni con gli stati confinanti, tant’è che le crisi, l’instabilità, le guerre sono aumentate fino a mettere in discussione il futuro dell’Europa così pensata (Europa Occidentale).  A Sud, i paesi che si affacciano nel mar Mediterraneo sono un susseguirsi di guerre e di transito di migranti e profughi,  a poco sono servite le iniziative di Barcellona, dell’Unione per il Mediterraneo, delle politiche di vicinato, degli accordi di libero commercio. Mentre, ad Est il rapporto con la Federazione Russa e con i paesi dell’ex-blocco sovietico  è stato talmente mal impostato nel corso di questi trent’anni, fino ad arrivare all’attuale guerra in Ucraina, facendo pagare al popolo ucraino un altissimo costo per il caos venutosi a creare. Paradossalmente, la mossa che può far saltare il banco arriva proprio da quello che è stato il principale alleato,  ad Ovest, dell’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America, che ha deciso di chiudere l’ombrello protettivo militare, lasciandoci con il cerino acceso in mezzo alla tempesta, bypassandoci nelle relazioni con la Russia per imporre un nuovo ordine mondiale, dove non sembra esserci posto per l’Europa.

  1. La seconda riflessione è che di fronte ad una crisi come quella che stiamo affrontando, con una guerra dentro l’Europa che deve essere fermata quanto prima, innanzitutto per porre fine a morti e distruzioni, ma che non può essere risolta in malo modo e senza pensare al futuro assetto e normative delle relazioni tra stati europei, e tra Europa, quale Europa, e gli altri partners ad Ovest, ad Est ed a Sud.

Se questo è il quadro, ci viene di nuovo in aiuto il decalogo della Carta di Helsinki e la road map della sicurezza comune e condivisa, che indicano chiaramente che non ci si può limitare ad applicare qualche cerotto alle ferite del sistema, ma occorre cambiare radicalmente approccio ed obiettivi se si vuole costruire pace giusta e duratura, e sicurezza per tutti. Ciò significa che non è più solo una questione di pace o guerra, ma è questione di sostituire la teoria della deterrenza militare con la teoria della cooperazione, con il passaggio da un’economia energivora e di guerra, ad un’economia sostenibile e di pace, con la riduzione delle diseguaglianze e l’estensione dei diritti e delle libertà in modo progressivo ed universale, con la messa al bando delle armi nucleari e la creazione di un’Europa senza più bombe nucleari in cambio di scuole, università, ospedali, luoghi di lavoro sicuri ed energie pulite.

Possono fare questo stati e governi ? Impossibile se non saranno le popolazioni, cittadini e cittadine, la società civile organizzata, intellettuali, lavoratrici e lavoratori, sindacati ed associazioni di categoria, a prendere in mano il lascito del percorso avviato ad Helsinki e ripreso ella teoria della sicurezza comune, mobilitandosi ed esercitando il proprio potere con il voto nell’esercizio democratico della delega a chi dovrà portarci fuori da questa crisi.

  1. La terza ed ultima riflessione è sulla guerra in Ucraina la cui risoluzione deve passare per questa strada e non certo per scorciatoie che non rimuovono le cause ed umiliano una popolazione, quella ucraina aggredita e distrutta da quattro anni di guerra, oltre a legittimare soluzioni svincolate dal diritto internazionale. Per questo, la proposta emersa nel documento presentato dal movimento pacifista austriaco al Consiglio OSCE di Vienna (3-5 dicmebre 2025) di convocare urgentemente un summit dei capi di stato OSCE (cosa che non avviene dal 2010 !!!) è molto importante. Nonostante che la Federazione Russa si sia di fatto auto-sospesa dall’OSCE nel 2024[ix], ma non ne sia uscita, lasciando così aperta una finestra di possibile dialogo. Sta di fatto che se ci fosse la volontà politica di aprire un tavolo di dialogo a 360°, mettendo nuovamente in discussione, come si fece nella conferenza di Helsinki, tutti gli aspetti ed ambiti che costituiscono un sistema di sicurezza comune, capiremmo finalmente, i punti di consenso, le criticità e le linee rosse di ogni stato seduto al tavolo.

Lavoro che dovremmo fare anche noi, società civile organizzata, in quanto destinatari delle scelte politiche, anticipando con un summit della società civile europea formato “conferenza di Helsinki”, il summit dei capi di stato, ripartendo dal decalogo della dichiarazione di Helsinki e dalla road map della common security.

Fermare le guerre, fermare la corsa al riarmo, eliminare gli arsenali nucleari è possibile, è urgente e necessario, è l’unica strada che abbiamo.

Sergio Bassoli

[i] I membri della Commissione erano 14 personalità provenienti da: Stati Uniti, Unione Sovietica, Repubblica Federale di Germania, Polonia, Canada, Francia, Norvegia, Messico, Giappone, India,  Nigeria, UK, Guiana, Tanzania, Indonesia, Olanda, rende l’idea dell’orizzonte politico a cui guardava.

[ii]  Dal rapporto Common Security: A Programme for Disarmament (Sicurezza comune: un programma per il disarmo)

“… to guarantee our own security in this nuclear age, we must, therefore, face these realities and work together with other nations to achieve common security, For security in the nuclear age  means common security. This has been the central conclusion of our Commission. On this issue there should be no division between left and right. “ (Prologue)

“.. Per garantire la nostra sicurezza in questa era nucleare, dobbiamo quindi affrontare queste realtà e collaborare con altre nazioni per raggiungere una sicurezza comune, poiché la sicurezza nell’era nucleare significa sicurezza comune. Questa è stata la conclusione principale della nostra Commissione. Su questo tema non dovrebbero esserci divisioni tra destra e sinistra.

[iii] idem

….. The long-term goal in the promotion of peace must be general and complete disarmament. But the Commission saw its task as being to consider a gradual process in that direction, to curb and reverse the arms race. We do not propose unilateral action by any country. We clearly see the need for balanced and negotiated reduction in arms… “ (Introduction)

““… L’obiettivo a lungo termine nella promozione della pace deve essere il disarmo generale e completo. Tuttavia, la Commissione ha ritenuto che il proprio compito fosse quello di prendere in considerazione un processo graduale in tale direzione, al fine di frenare e invertire la corsa agli armamenti. Non proponiamo un’azione unilaterale da parte di alcun Paese. Riconosciamo chiaramente la necessità di una riduzione equilibrata e negoziata degli armamenti…”.

[iv] Johan Galtung, The Palme Commission Report on Disarmament and Security A Critical Comment, Bulletin of Peace Proposals, Vol. 14, No. 2 (1983), pp. 147-152 (6 pages), Published By: Sage Publications, Ltd. https://www.jstor.org/stable/44480996

[v] Il numero dei membri della CSCE fu ridotto da 35 a 34 a seguito della riunificazione della Germania avvenuta nell’ottobre dello stesso anno. Oltre agli stati europei, resenti USA e Canada.

[vi] Dall’introduzione del rapporto.

[vii] Va ricordato che il nuovo documento è stato elaborato pochi mesi prima dell’invasione russa all’Ucrana, e reso pubblico nell’Aprile del 2022.

[viii] Composizione OSCE

STATI MEMBRI 57 Albania, Andorra, Armenia, Austria, Azerbaijan, Belgio, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Canada, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia del Nord, Malta, Moldova, Monaco, Mongolia, Montenegro, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Federazione Russa, San Marino, Santa Sede, Serbia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan, Ucraina, Ungheria, Uzbekistan.

PARTNER MEDITERRANEI PER LA COOPERAZIONE 6 Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Tunisia

PARTNER ASIATICI PER LA COOPERAZIONE 5 Afghanistan, Australia, Corea del Sud, Giappone, Thailandia.

[ix] La Federazione di Russia ha annullato la partecipazione della sua delegazione all’Assemblea parlamentare  OSCE nel 2024, una scelta che dal versante occidentale è stata vista come una mossa per evitare di essere espulsa, mentre dal versante russo, la motivazione è frutto della perdita di credibilità e imparzialità dell’Organizzazione.

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