
A 85 secondi dall’Apocalisse, a scuola giochi di guerra o giochi di pace?
Pubblicato il 7 Febbraio 2026
Pasquale Pugliese
Nel 1983, nel pieno della precedente corsa agli armamenti, uscì anche in Italia il film Wargames. Giochi di guerra nel quale attraverso la sfida al tris digitale tra il giovane protagonista e il computer Joshua, programmato per lanciare i missili nucleari, il cervellone elettronico avvia una serie di simulazioni dalle quali comprende che nel gioco della guerra non ci possono essere vincitori e che “l’unica mossa vincente è non giocare”. Oggi, in un contesto globale di dilagante bellicismo, mentre vediamo violente scene di guerra urbana provenienti da Minneapolis dove bande armate presidenziali rapiscono ed uccidono civili – riproponendo nel cuore degli Stati Uniti lo schema dell’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania – abbiamo scoperto che nel parco giochi di Magicland di Valmontone, autodefinito “la scuola senza pareti più grande d’Italia”, sono previsti a maggio gli School Days rivolti a classi dalle scuole dell’infanzia alle superiori, che prevedono, tra le altre attività gestite da esercito e forze dell’ordine, anche un’esperienza di “metodo di combattimento militare”, a cura della Scuola di Fanteria, la cui immagine promozionale nel catalogo sembra provenire direttamente da Minneapolis o da Gaza.
Poiché, dopo la protesta esplosa sui social a causa di un articolo dedicato da la Repubblica, questa esperienza numero 7 del catalogo dei School Days risulta al momento oscurata, è utile riportarne integralmente la presentazione. “Dimostrazione dinamica e interattiva ispirata al metodo di combattimento militare adottato in contesti urbani”, è scritto nella descrizione che prevede il coinvolgimento del pubblico, che continua: “Gli studenti assisteranno a una simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione, immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile”. Tutto questo in un parco giochi, luogo per definizione dell’intrattenimento civile, dove saranno portati scolari e studenti di scuole che dovrebbero essere palestra di pensiero critico, di esercizio di dialogo, di costruzione di relazioni disarmate. Addestrare a tecniche di combattimento urbano nell’intersezione di questi contesti significa produrre una miscela simbolica pericolosa: la guerra è resa familiare, addomesticata, normalizzata, in una parola, inculcata come scenario da preparare con il coinvolgimento diretto dei più giovani. Portati dagli insegnanti ai quali sono affidati, ed a cui si affidano, per la loro crescita.













