
“Dire no alla guerra ed essere duri come pietre”: la speranza per l’umanità è nell’esercizio del potere di tutti
Pubblicato il 1 Gennaio 2026
Pasquale Pugliese
Il susseguirsi di sempre più minacciose dichiarazioni belliciste a destra e a manca, come quella di Richard John Kinghton Capo di stato maggiore inglese che – per non essere da meno di quello francese che aveva già avvisato i Sindaci – avvisa le famiglie britanniche di “essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro la Russia”, o del solito Mark Rutte per il quale dobbiamo essere “pronti alla guerra come quella dei nostri nonni”, e del contestuale susseguirsi di abnormi spese per i riarmi nazionali dei paesi europei, benedetti anche dal presidente Mattarella che – pur essendo il garante della Costituzione che ripudia la guerra – ne indica la necessità, seppur “impopolare”: tutto ciò fa venire in mente l’opera di Karl Kraus sulla prima guerra mondiale Gli ultimi giorni dell’umanità. Nella cui Premessa l’autore avvisa gli spettatori che si accingono a vederne la rappresentazione teatrale che si tratta di quei giorni e “di quegli anni in cui personaggi di operetta recitarono la tragedia dell’umanità”.
Dieci anni fa, in occasione del centenario dell’ingresso del nostro paese nell’“inutile strage”, partecipai ad una riduzione teatrale itinerante della gigantesca opera di Karl Kraus, a cura della compagnia Archivio Zeta, nello scenario del Cimitero militare germanico del Passo della Futa: una suggestiva architettura integrata nel paesaggio che custodisce i corpi di otre 35.000 giovanissimi soldati delle Wehrmacht, caduti sulle montagne tosco-emiliane tra il ’43 e il ’45. Tra quelle tombe interrate furono rappresentare le sacre nozze tra stupidità e potenza, raccontate da Karl Kraus, che portarono a quella “grande guerra” che poi generò i fascismi, che provocarono la seconda guerra mondiale, che ha lasciato in eredità le armi nucleari incombenti sulle nostre teste. Nel corso del 2015 sull’altare di quelle nozze erano stati sacrificati 1.800 miliardi di dollari in spese militari globali, dieci anni dopo – in un prepotente riarmo già in corso – ci avviciniamo ai 2.800. E non bastano ancora. Una follia da ultimi giorni dell’umanità: “Perché non vi ribellate, voi che ancora potete?” Sembravano sussurrare 35.000 voci agli spettatori.
“Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità.” – Scrive Leone, disvelando l’irrazionalità della deterrenza militare – “Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. Inoltre, aggiunge, “alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Dunque “occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico”.














