
Riforma Crosetto e Altra difesa possibile: giovani come riserva militare o difensori civili del paese?
Pubblicato il 25 Giugno 2026
Pasquale Pugliese
Nel libro Paura liquida Zygmunt Bauman spiegava che “tante paure arrivano nella nostra vita già con i loro rimedi prima ancora che i mali che essi promettono di curare abbiano fatto in tempo a spaventarci”. La paura, in particolare dell’Altro trasformato in nemico, non è solo marketing elettorale particolarmente in voga in questo momento storico, ma un elemento strutturale del potere, anche in funzione formativa.
Lo aveva descritto mirabilmente Franz Kafka nel racconto Durante la costruzione della muraglia cinese: “Sono immagini che facciam vedere ai bambini che fanno i cattivi, e allora essi ci si buttano subito al collo piangendo. Ma non sappiamo altro di questi nordici. Non li abbiamo mai veduti” (I racconti, 2021). Lo sperimentiamo nella quotidiana militarizzazione del linguaggio, studiata da Federico Faloppa: “Non esiste conflitto armato che non sia stato prima preparato, giustificato e normalizzato dal linguaggio” (Disarmare il discorso, 2026). Lo abbiamo analizzato a più mani nel recente volume collettaneo Poteri e nonviolenza (Nerbini, 2026), anche in riferimento al potere militare (Pasquale Pugliese, Il potere militare nelle società contemporanee).
Il secondo disegno di legge completa il primo sul versante dell’organizzazione strutturale delle Forze Armate. Prevede infatti la centralizzazione del comando interforze, il riconoscimento ufficiale della guerra ibrida e del dominio cyber (con la possibilità di condurre operazioni anche in tempo di pace), l’introduzione sistematica di droni e sistemi autonomi senza richiamo esplicito al principio del controllo umano significativo, oltre a deroghe ambientali per le infrastrutture militari e una notevole autonomia negoziale e industriale per il settore della Difesa. Tutto ciò comporterà un sensibile indebolimento del controllo parlamentare e delle amministrazioni competenti su numerosi aspetti. Il baricentro dell’intero sistema rischia così di spostarsi in modo preoccupante dal principio del controllo democratico alla disponibilità militare operativa continua.
Facendo una prima valutazione del possibile impatto educativo sui più giovani, la riforma promossa dal ministro Crosetto assume un significato preciso sul piano culturale. L’incremento degli effettivi, la costituzione di riserve operative, territoriali e specialistiche, il rafforzamento del legame tra società civile e apparato bellico non rappresentano solo una scelta tecnica di potenziamento delle Forze Armate, ma rinforzano una pedagogia implicita: educare i giovani a considerare la preparazione armata come unica forma di difesa del paese, normalizzando l’idea che i conflitti si risolvano con la guerra alla quale essere sempre pronti. E’ l’applicazione pratica del modello culturale già entrato in molti contesti formativi: la sicurezza come deterrenza armata, la minaccia del nemico come orizzonte inevitabile, l’obbedienza gerarchica e la disponibilità all’uso della violenza organizzata come virtù civiche. Si trasmette così alle giovani generazioni il messaggio che la responsabilità verso il proprio Paese passa attraverso l’addestramento alle armi anziché dalla prevenzione dei conflitti e dalle politiche attive di pace.














