Scusi, signore, ha conosciuto mio padre?

Nel novembre 2000 si svolge il processo contro Michael Seifert, boia del lager di Bolzano. Tra testimonianze e ricordi, emerge l’importanza della memoria storica, trasmessa attraverso articoli, letture teatrali e incontri educativi.

Scusi, signore, ha conosciuto mio padre?

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Presso il Tribunale Militare di Verona, dal 20 al 24 novembre 2000, si svolge il processo di primo grado a carico di Michael Seifert, ucraino, SS in servizio nel lager di Bolzano negli ultimi mesi della II Guerra Mondiale e fuggito oltreoceano.

Il processo avviene nel silenzio generale della stampa italiana. Sono presenti giornalisti francesi, tedeschi e canadesi, e poi redattori di un quotidiano locale di Bolzano e anch’io come collaboratrice di Azione Nonviolenta. Incontro e intervisto, a margine, i testimoni. Ascolto l’arringa di Sandro Canestrini, avvocato di parte civile, che è una lezione di storia appassionata e vibrante, e la requisitoria del PM militare Bartolomeo Costantini che ha sviluppato l’indagine con l’urgenza appassionata di rivendicare la dignità delle vittime. Un resoconto di quei giorni è pubblicato su Azione nonviolenta, aprile 2001.

Il processo è l’occasione per dare un volto a ciò che altrimenti rischia di diventare uno slogan. I numeri grandi – si ripete ad esempio: 6 milioni di ebrei – colpiscono, sì, ma nel tempo perdono di efficacia. Il grande pubblico conosce l’assuefazione al massacro. Di fronte all’individuo preciso, quello che abbiamo conosciuto o che abbiamo potuto immaginare, non possiamo smettere di piangere. Le vittime per cui Seifert è stato processato erano “appena” diciotto, ma nei giorni del processo, per chi era presente, hanno acquisito una identità, un volto, una storia. E allora ricordiamo il 17enne Bortolo Pezzutti, torturato la notte di Pasqua del 1945 a furia di bastonate e squartato con una bottiglia spezzata; la giovane donna incinta di cui nessuno più sa il nome, violentata, torturata con secchi di acqua gelata e infine uccisa; o ancora, la donna impazzita di dolore quando, nella “cella buia” dove era rinchiusa sola, è stato introdotto il povero corpo di un giovane prigioniero massacrato…

Li ricordano bene i testimoni. Tanto tempo è passato, sono altri uomini altre donne adesso. Hanno nipoti, anni di lavoro, cattiva memoria; hanno acciacchi, pensieri migliori… Solo Seifert, lucido proiettato sulla parete, è ancora lo stesso ventenne biondo dagli occhi porcini in impeccabile divisa di SS. Però durante le deposizioni tutto si avvicina, un testimone ultraottantenne si alza in piedi per mimare una delle tante prepotenze, obbedendo a immagini note solo ai suoi occhi.

Per noi a Verona è stato importante che il processo avvenisse lì e in quel momento, confrontandosi ed anche cozzando con la realtà circostante, le disattenzioni, il tempo trascorso, le trasformazioni intervenute nella vita di tutti. Resta, sulla parete, la proiezione del giovane assassino, che un quotidiano canadese ci rimanda in altri panni, anziano innocuo signore col berretto da pescatore, a farci sembrare tutto insensato e fuori tempo.

Scusi signore, ha conosciuto mio padre? è stato letto pubblicamente a Ferrara nel 2003, nell’ambito delle celebrazioni della Giornata della Memoria, e poi ancora a Mantova, Verona, Bolzano.

Nell’aula entra un uomo, distinto, di mezza età. Viene ogni giorno e accosta i testimoni. Si ricorda di quando, bambino, passeggiando per Verona, la sua mano è stata sciolta a forza da quella del papà trascinato via perché ebreo, quindi recluso a Bolzano e poi a Mauthausen, e mai più ritornato. Perciò ferma quei sopravvissuti sperando di ritrovare una traccia. “Scusi, signore, ha conosciuto mio padre?”.

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