A Olga Karach il Premio Poeti Sociali 2026

Pubblicato il 29 Ottobre 2026

Redazione

A Olga Karach il Premio Poeta Sociale international 2026, per la sua azione a favore di obiettori e disertori e di tutti coloro che sono perseguitati perché rifiutano la guerra.

Nelle motivazioni per il riconoscimento si legge che è stata premiata “per aver fondato e guidato il centro Peace – Our House a Vilnius, offrendo rifugio, dignità e speranza a chi fugge dalle persecuzioni politiche. Ha trasformato l’accoglienza in una risposta concreta per cittadini spogliati di diritti, casa e futuro. Un presidio di pace che va oltre i beni di prima necessità per restituire ascolto, rispetto e valore umano a chi ha subito la violenza della repressione. Una testimonianza coraggiosa e gentile, riconosciuta a livello internazionale, che costruisce ponti di solidarietà e riafferma la centralità dei diritti fondamentali nel cuore dell’Europa”.

Olga, con i figli, mostra il Premio Poeti Sociali 2026


Di seguito riportiamo il discorso tenuto da Olga in occasione della consegna del Premio.

Care amiche, cari amici,

Vi ringrazio per il Premio Poeti Sociali e per l’accoglienza che mi avete riservato a Verona. Accolgo questo riconoscimento con gratitudine e vorrei dedicare questo momento a persone che troppo spesso restano escluse dal racconto della guerra.

Quando ricordiamo una guerra, pensiamo ai soldati, alle battaglie e alle città distrutte. Ricordiamo chi ha perso la vita. La loro sofferenza merita tutto il nostro rispetto.

Ma ci sono altre persone i cui nomi compaiono raramente nei libri di storia: persone che si sono rifiutate di uccidere. Persone che hanno lasciato l’esercito perché non potevano più partecipare alla violenza. Donne che le hanno aiutate a nascondersi. Famiglie che hanno condiviso i rischi di quel rifiuto.

Alcune sono obiettori di coscienza: rifiutano il servizio militare in nome delle proprie convinzioni più profonde. Altre abbandonano l’esercito dopo aver già conosciuto la guerra.

Le loro scelte sono diverse, così come le loro storie. Ma ci ricordano che, anche in tempo di guerra, una persona conserva la possibilità di compiere una scelta morale.

In Belarus, il Paese da cui provengo, i racconti della Seconda guerra mondiale fanno parte della storia di quasi ogni famiglia. Ricordiamo i soldati e i partigiani. Ma sentiamo parlare molto poco dei nostri familiari che si rifiutarono di combattere, o di chi li aiutò.

Il silenzio non significa che queste persone non siano mai esistite. Significa che non abbiamo saputo fare spazio alle loro storie.

È importante, perché il modo in cui ricordiamo una guerra influenza il modo in cui ci prepariamo alla successiva. Se insegniamo ai nostri figli soltanto il coraggio dimostrato sul campo di battaglia, come potranno riconoscere il coraggio di chi si rifiuta di uccidere?

Nella nostra memoria deve esserci spazio anche per il coraggio della coscienza.

La guerra in Ucraina rende queste domande urgenti. Dobbiamo pensare anche a ciò che accadrà alle persone quando i combattimenti saranno finiti.

Parliamo spesso di come la guerra porti a produrre sempre più armi. Parliamo molto meno di come la guerra trasformi le persone.

La guerra e la repressione lasciano dietro di sé soldati e veterani, profughi di guerra e rifugiati politici, obiettori di coscienza e disertori. Segnano anche i bambini che crescono conoscendo la guerra come parte della vita quotidiana. Le loro esperienze sono molto diverse, ma tutti hanno bisogno di un futuro oltre la guerra.

Qui si nasconde un profondo pericolo morale. La guerra può insegnare che la violenza è il modo più rapido per risolvere qualsiasi problema. Quando è la forza a decidere chi può farsi ascoltare e chi sopravvive, le minacce possono cominciare a sembrare normali. La fiducia e il dialogo possono apparire inutili.

Imparare a vivere in un altro modo è difficile. Deporre un’arma non cambia automaticamente il modo in cui una persona affronta la paura, i contrasti o la rabbia. I bambini devono poter imparare che un conflitto può risolversi senza che nessuno venga ferito.

Neppure mille accordi di pace firmati potranno creare una pace duratura se le persone continueranno ad applicare la logica della guerra nella vita quotidiana. Una firma, da sola, non può insegnare a fidarsi, ad ascoltare o a risolvere i problemi senza violenza.

Aver vissuto la guerra non rende una persona pericolosa. Ognuno reagisce in modo diverso. Ma dobbiamo aiutare queste persone a lasciarsi alle spalle la logica della guerra. Vivranno nelle nostre città, lavoreranno accanto a noi e cresceranno dei figli. Il loro futuro è anche parte del futuro dell’Europa.

Per questo, aiutare le persone a costruirsi una vita di pace è parte della nostra sicurezza comune. Una casa sicura, l’assistenza legale, il sostegno psicologico e un lavoro dignitoso possono contribuire a prevenire nuove violenze.

L’esperienza di Casa Nostra ci ha insegnato che il modo in cui aiutiamo conta quanto ciò che offriamo.

Una persona può ricevere del cibo e sentirsi comunque umiliata. Può trovare un riparo e continuare a sentirsi impotente. Un aiuto autentico deve permettere alle persone di riprendere in mano la propria vita.

Chi chiede aiuto resta una persona con conoscenze, capacità e possibilità di scelta. Dobbiamo ascoltarla e rispettare le sue decisioni.

È qui che un movimento per la pace come il Movimento Nonviolento (MN), le Chiese e le comunità di diverse fedi e convinzioni possono svolgere insieme un lavoro essenziale. Possiamo offrire un sostegno concreto e un luogo in cui sentirsi parte di una comunità. Possiamo continuare a esserci anche quando l’attenzione pubblica si sposta altrove.

Possiamo anche aiutare le persone ad affrontare domande difficili sulla perdita, sul senso di colpa, sulla responsabilità e sul perdono. Il sostegno deve andare di pari passo con la giustizia. Aiutare qualcuno a ricostruirsi una vita non significa ignorare i crimini di guerra né dimenticare le vittime.

Possiamo imparare dall’esperienza altrui. Il processo di pace in Irlanda del Nord ha mostrato quanto sia importante aiutare le persone a ritrovare un posto nella società dopo il conflitto. L’esperienza dei Vietnam Veterans Against the War ha dimostrato che chi ha combattuto può diventare una voce autorevole a favore della pace.

Queste persone sanno che cosa significa la guerra, al di là dei discorsi e delle bandiere. La loro esperienza può aiutare gli altri a comprenderne il costo umano.

Dobbiamo ascoltare queste voci, insieme a quelle di chi si è rifiutato di combattere. Dobbiamo ascoltare anche le donne che sostengono le famiglie, aiutano le persone a mettersi in salvo e tengono unite le comunità. Il loro lavoro riceve spesso scarso riconoscimento, eppure la pace dipende anche da loro.

Per me, il nome «Poeti Sociali» comporta una responsabilità. Un poeta può dare parole a un’esperienza che gli altri hanno trascurato. Anche nel nostro lavoro dobbiamo fare spazio alle persone che la società preferisce non ascoltare.

Ma il riconoscimento deve tradursi in azione. Dobbiamo proteggere chi, per ragioni di coscienza, si rifiuta di uccidere. Dobbiamo sostenere chi abbandona la guerra e aiutarlo a partecipare alla vita pacifica delle comunità. Dobbiamo offrire un aiuto che restituisca dignità alle persone.

Sono compiti concreti. Richiedono un lavoro paziente e un sostegno duraturo. E devono cominciare mentre la guerra è ancora in corso.

Accolgo questo premio pensando a persone le cui scelte forse non saranno mai celebrate in una cerimonia pubblica. I loro nomi forse non saranno mai incisi nella pietra. Ma il loro rifiuto della violenza, la cura che dedicano agli altri e il loro impegno quotidiano tengono viva la possibilità della pace.

Spero che un giorno anche i nostri figli imparino a conoscere i loro nomi.

E che sapremo offrire loro qualcosa di più di un posto nei libri di storia: un luogo sicuro nel mondo in cui viviamo oggi.

Grazie.

 

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