
Decostruire il bellicismo, costruire i saperi della nonviolenza: insegnanti resistenti in una scuola per la pace
Pubblicato il 16 Settembre 2026
Pasquale Pugliese
“In un mondo in cui la sfiducia, l’avidità e la violenza si mascherano da buon senso e in cui i percorsi della sfiducia, dell’avidità e della violenza stanno rapidamente diventando autoconvalidanti, insegnando un’etica corrotta ai bambini”, come scriveva Gregory Bateson (Svegliarsi dall’incubo condiviso, a cura di Marco Deriu, 2026), in questo sprazzo di fine estate ho incontrato decine di insegnanti, in giro per l’Italia, impegnate (ed uso intenzionalmente il femminile sovraesteso perché la grande maggioranza sono donne) a formarsi per promuovere nelle proprie classi temi e metodi di educazione alla pace e contenuti ispirati alla nonviolenza.
Di fronte a programmi scolastici sempre più orientati al nazionalismo ed al bellicismo; di fronte ad ispezioni inviate dal Ministero alle scuole che osano parlare del genocidio dei palestinesi; di fronte all’autocensura preventiva di tanti dirigenti (ma non di tutti!) che preferiscono evitare questi temi piuttosto che rischiare; di fronte al massiccio ingresso delle Forze Armate nelle aule scolastiche ed all’ingresso dell’industria bellica nei progetti di formazione-lavoro, queste insegnanti che vanno “in direzione ostinata e contraria” mettono in campo qui ed ora la resistenza culturale ed educativa di cui c’è bisogno. Diventando esempi positivi di obiezione di coscienza e di disobbedienza civile per i loro studenti che sentono con preoccupazione l’ipotesi che la guerra, preparata da adulti irresponsabili, irrompa tragicamente anche nelle loro biografie personali.
Qual è, dunque, il ruolo della scuola per costruire intenzionalmente una solida cultura di pace e nonviolenza? Un ruolo duplice, sia rispetto ai conflitti armati in corso per aiutare gli studenti a decodificare e contestualizzare le informazioni nello spazio e nel tempo, sia rispetto alla promozione dell’apprendimento di elementi di teoria e pratica della nonviolenza in modalità trans-disciplinare. Di fronte alla narrazione mediatica delle guerre si tratta di fornire chiavi di lettura per interpretare la massa di notizie che vengono quotidianamente rovesciate addosso a tutti, anche ai più giovani, e proporre visioni ampie e prospettiche della realtà, a supporto della capacità di esercitare il pensiero critico per distinguere i fatti dalla propaganda di guerra, che circola da anni nel discorso pubblico e dilaga sui media, spacciata per informazione.
Contemporaneamente, un altro ruolo della scuola è quello di svolgere una critica serrata dell’uso della violenza a tutti i livelli e, contemporaneamente, promuovere la formazione alla teoria e pratica della nonviolenza all’interno di ogni relazione, su qualsiasi scala. Ossia decostruire le filiere della violenza, a cominciare dagli impliciti culturali che prevedono la guerra, e costruire i saperi della nonviolenza, per superare la scissione tra dimensione individuale e collettiva rispetto alla legittimità dell’uso di mezzi violenti. Riconducendo a coerenza l’agire educativo: un’impresa radicale, perché mette in discussione habitus mentali consolidati e mediaticamente rinforzati.
Per fare questo, è necessario coltivare solidi anticorpi capaci di resistere alle reiterate chiamate alla “guerra giusta”, che diventeranno sempre più pressanti nel nome di qualche valore superiore da difendere (“passare ad una mentalità di guerra”, ha intimato Mark Rutte), e – invece – coltivare l’immaginazione, cioè la capacità di prefigurare un’altra storia possibile, senza guerre e strumenti che la preparino. Si tratta, in ultima analisi, di prendere sul serio l’incipit dell’Atto costitutivo dell’Unesco: «Poiché le guerre hanno inizio nella mente degli esseri umani è nella mente degli esseri umani che bisogna costruire le difese della pace». Una difesa civile, non armata e nonviolenta, che comincia sui banchi di scuola.















