
Disinquinare i pozzi. La legge per la difesa non armata e nonviolenta contro il bellicismo nel discorso pubblico
Pubblicato il 23 Maggio 2026
Pasquale Pugliese
“Nell’ultimo anno, la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.
Nell’intervento alla Sapienza di Roma del 14 maggio papa Leone XIV ha disvelato l’inganno e gli interessi dietro ai fiumi di inchiostro bellicista, riversato anche dalle pagine del Corriere della Sera da editorialisti con l’elmetto in servizio permanente effettivo, come Ernesto Galli Della Loggia e Angelo Panebianco, che da tempo inquina i pozzi del discorso pubblico.
Il primo il 3 maggio scriveva che il ripudio costituzionale della guerra, a cui si appellano i movimenti per pace, “non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te”. Come se la guerra e la corsa agli armamenti che la prepara fossero dovute al fato e si possano solo subire, anziché alla logica fallace della deterrenza militare che moltiplica i conflitti armati anziché nutrire la pace. Per Galli Della Loggia la “pluridecennale propaganda pacifista” catto-comunista ha reso il pacifismo maggioritario nel nostro Paese facendolo cadere in una “sindrome dell’inerme”, ossia incapace di armarsi “nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra” (!). Di difesa, s’intende, come dicono tutti i bellicisti di ogni latitudine (compreso lo stesso Della Loggia che aveva già giustificato le stragi di innocenti come inevitabili effetti collaterali delle cosiddette “guerre giuste” ), identificando tout-court “la difesa della patria”, prevista dall’Articolo 52 della Costituzione, con la preparazione della guerra. Omettendo che questo Articolo dev’essere letto alla luce del “Principio fondamentale” che è l’Articolo 11, come ribadito dalla Corte costituzionale che ne ha incluso la difesa non armata.
Tuttavia di fronte a questa reiterata propaganda bellica – vera e propria “violenza culturale”, come chiamava Johan Galtung i dispositivi informativi e formativi che svolgono il compito di giustificare e legittimare il sistema della guerra, a partire dalla crescita continua delle spese militari – non è più sufficiente indignarsi. Il movimento per la pace deve diventare costruttore di alternative allo strumento militare, mettendo in campo altri “mezzi per risolvere le “controversie internazionali” ed adempiere al dovere di “difesa della patria”, archiviando la guerra tra i ferri vecchi della storia. Lo spiegava Mohandas K. Gandhi già nel 1909 (non è un caso che i bellicisti del Corriere omettano la cultura nonviolenta che nel nostro Paese ha avuto straordinari esponenti, da Aldo Capitini a Lorenzo Milani, da Danilo Dolci ad Alex Langer): “il mezzo può essere paragonato al seme, il fine all’albero: tra il mezzo e il fine vi è la stesso inviolabile nesso che esiste tra il seme e l’albero”. Nesso ancora più stringente dopo Hiroshima e Nagasaki, dove il mezzo assoluto dell’arma atomica ha mostrato la possibilità di annichilire ogni fine.













