
La difesa non armata e nonviolenta come alternativa reale al delirio bellicista del vertice Nato di Ankara
Pubblicato il 21 Luglio 2026
Pasquale Pugliese
Agli scarni sei punti della recente “Dichiarazione di Ankara” dei governi della Nato – che si apre con il dichiarare la Russia “minaccia a lungo termine” e il conseguente massiccio spostamento di risorse pubbliche per “ampliare la capacità produttiva collettiva” di armamenti e “collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione”, cominciando con il dare altri 70 miliardi in armi al governo ucraino nel solo 2026 – manca il fondamentale settimo punto, che spiega la ragione dei precedenti: “Non importa che la guerra si combatta per davvero e, poiché una vittoria definitiva è impossibile, non importa nemmeno se la guerra vada bene o male: serve solo che uno stato di belligeranza persista nel tempo”. Questo punto lo si trova, invece, in 1984, il visionario romanzo di George Orwell, che ha fissato le formule che usano tutti i bellicismi di ogni tempo e luogo: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.
Non a caso il vertice Nato si è aperto con il Summit Defence Industry, il summit dell’industria bellica a traino, o a guida, dei governi dell’Alleanza atlantica, ossia del gigantesco complesso militare industriale occidentale che già rappresenta il 55% della spesa militare globale del 2025, pari a 1.581 miliardi di dollari – a fronte dei 190 miliardi complessivi della Russia (dati SIPRI) – ma esige ancora da tutti i paesi membri il raggiungimento del 5% del rispettivo prodotto interno lordo. Che per l’Italia significherebbe spostare in armamenti altri 500 miliardi di euro, sottratti agli investimenti civile e sociali, entro il 2035.
Lo aveva spiegato anche la filosofa Donatella Di Cesare nella conferenza stampa al Senato per presentare la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, ossia il vero antidoto a questo processo involutivo, proprio alla vigilia dell’incontro Ankara: “il riarmo non produce soltanto nuove armi. Produce una trasformazione politica e culturale. Si ripristinano valori arcaici di obbedienza, sacrificio, coraggio, virilità, che una certa retorica riattiva e legittima. Valori che credevamo appartenere al passato e che invece tornano a essere esaltati come virtù civiche”. La proposta di legge popolare per la Difesa civile, non armata e nonviolenta in corso, oltre agli obiettivi politici – un Dipartimento dedicato come infrastruttura nonviolenta, i Corpi civili di pace per la mediazione dei conflitti, il Centro di ricerca per la pace e il disarmo e il loro finanziamento, anche attraverso l’opzione fiscale – ha un obiettivo culturale e sociale: ridefinire i concetti di minaccia, di sicurezza e di difesa. La guerra e la sua preparazione, in epoca atomica, sono la principale minaccia dell’umanità, mettono a repentaglio la sicurezza di tutti, sottraggono enormi risorse alla difesa dei diritti sociali di ciascuno: l’unico, vero, nemico assoluto.
A maggior ragione dopo il delirio bellicista dei capi di governo della Nato ad Ankara, a seguito di Trump, è necessario il più ampio impegno di tutti e di tutte per raggiungere entro il 17 settembre le cinquantamila firme necessarie per portare questa proposta di legge in Parlamento ed imporla nella timida agenda della politica che si candida a governare al posto della destra. Prima di ogni altra cosa, si tratta di affermare il principio della difesa civile, non armata e nonviolenta dalla guerra, dal bellicismo e dal militarismo dominanti. Inoltre, impegnarsi a raggiungere il numero di firme necessarie (si firma qui), nonostante l’oscuramento sistematico della maggior parte dei media asserviti alla narrazione del riarmo ad ogni costo, è anche una vera azione – personale e collettiva – di difesa civile, non armata e nonviolenta della Costituzione italiana, che non solo “ripudia la guerra” ma impegna a cercare “mezzi” e “strumenti” alternativi per difendere il Paese e risolvere le controversie internazionali. Altro che il 5% del PIL in armamenti.












