
I movimenti e la nonviolenza: essere radicalmente trasformativi per non diventare ritualmente funzionali
Pubblicato il 18 Febbraio 2026
Pasquale Pugliese
Nella policrisi sistemica dentro la quale l’umanità sta precipitando si dispiegano alcune di quelle “tendenze naziste” che il filosofo Giuliano Pontara paventava già agli inizi del XXI secolo: un sistema di violenza globale sempre più osceno e oppressivo, che si manifesta nel dilagare di guerre e genocidi nei conflitti internazionali e delle repressioni nei conflitti sociali; nella concentrazione senza precedenti della ricchezza che vede dodici miliardari più ricchi dei quattro miliardi più poveri della popolazione mondiale; nella normalizzazione dell’orgia di potere senza limiti delle élite occidentali che emerge dagli orrori vomitati dai files di Epstein; nella militarizzazione sempre più spinta della cultura e dell’economia, dell’informazione e della scuola, che travolgono la dimensione civile, in ogni accezione. Un sistema di violenza insopportabile a chiunque non ne sia complice e colluso o talmente vittima da non rendersi conto della violenza subita o rassegnato fino alla sua rimozione. Un sistema da trasformare fin dalle fondamenta.
Dopo una mattina di formazione sulla cultura di pace a studenti e studentesse di una scuola di Bologna, al pomeriggio di sabato 31 gennaio ero al Convegno del Movimento Nonviolento di Verona su Alex Langer “facitore di pace”, mentre man mano arrivavano le informazioni delle violenze al corteo contro la chiusura del Centro sociale Askatasuna di Torino. Di fronte alle immagini, amplificate sui media nazionali, del poliziotto picchiato col martello ho ripensato al giovane Langer, insegnante a Roma tra il 1975 e il 1978, quando nelle manifestazioni di piazza, mentre partecipava con gli studenti alle proteste, il 2 febbraio del ‘77 soccorreva il poliziotto ferito da un colpo di pistola, come testimonia una celebre foto che lo riprende chino sull’agente sanguinate. Di fronte alle immagini, oscurate dai media nazionali, dei manifestanti inermi picchiati a sangue dai poliziotti a Torino, mentre i black bloc agivano indisturbati, ho ripensato alla trappola della violenza di Genova nel luglio del 2001, quando venivano malmenati i nonviolenti per le strade, mentre i devastatori agivano liberamente, prima dell’omicidio di Carlo Giuliani, della macelleria alla scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto.
Ma la nonviolenza non è mera astensione dalla violenza: è esercizio dei suoi saperi e dispiegamento delle sue tecniche, dall’obiezione di coscienza individuale alla disobbedienza civile di massa. Non è indice di minore, ma di maggiore radicalità: rifiuta non solo i fini ma anche i mezzi dell’avversario e ne costruisce le alternative. La forza della nonviolenza vede nell’altro sempre un essere umano, mai un nemico e per questo spiazza la violenza della repressione che, invece, per funzionare deve trasformare l’altro in nemico, anche “interno”, alimentandone la paura. Un movimento all’altezza della gravità della situazione deve essere capace di sottrarsi ai riti estetizzanti che scimmiottano la violenza dei governi, evitando che un conflitto che coinvolge l’umanità possa essere trascinato nel cul de sac dello scontro di piazza con le forze dell’ordine, che ne occulta tutte le ragioni. Deve trovare la via d’uscita dalla polarizzazione riduzionista tra due soggetti antagonisti, contestatori contro poliziotti, per allargare sempre di più il consenso, la partecipazione attiva e l’impegno consapevole delle persone “normali” in grandi campagne di lotta: il capitiniano “potere di tutti”.












